Gravina: “Non sono un indegno. Dimesso per amore del calcio”
Nella sua lunga intervista con il Corriere della Sera, Gabriele Gravina ripercorre le fasi più difficili della sua presidenza alla guida della FIGC, segnata dall’esclusione della Nazionale dal Mondiale, respingendo le accuse più dure ricevute nel corso degli ultimi mesi. “Adesso vivo quasi da recluso tra casa e Federazione”. E ancora: “Ho accettato le critiche in silenzio e addirittura gli insulti. Ma non posso tollerare di essere definito indegno. Nessuno può permettersi certe patenti di moralità, sia dentro sia fuori il mondo del calcio”. Un riferimento che si inserisce anche nel clima di tensione con le istituzioni, con un passaggio rivolto indirettamente al ministro Andrea Abodi: “Non voglio fare nomi. Ognuno si qualifica per quello che è e per quello che sente. Toccherà ad altri dare un giudizio”. Ma la verità che fa male è una sola: “Diciamolo chiaramente: in Italia della Nazionale frega solo ai tifosi. Agli altri, compresa la politica, serve solo per rivendicare, quando le cose vanno male, forme di posizionamento personali“.
L’amara verità
Nel resto dell’intervista emergono toni critici verso tutte le componenti, istituzionali e non:“Forse avrei dovuto essere più bravo come calciatore: ho sbagliato due rigori contro la Svizzera e tre palle gol con la Bosnia e dopo, dal dischetto, ne ho tirati uno alto e un altro sulla traversa. Forse mi sarei dovuto allenare di più…”. Gravina riconosce comunque le responsabilità per i risultati: “Mi assumo le mie responsabilità. Non ho mantenuto la promessa che avevo fatto ai tifosi italiani. Avevo detto che saremmo dovuti andare al Mondiale anche a nuoto e invece non ci siamo riusciti. Le dimissioni sono un ultimo atto d’amore verso il calcio. E non potevo permettere che gli attacchi al sottoscritto penalizzassero la Federazione. Già prima dei playoff avevo pensato di farmi da parte. E non tanto perché non mi sentivo all’altezza, quanto per i vincoli, i legami e gli impedimenti che frenano la crescita e lo sviluppo del movimento. E tutto ciò, permettetemi di dirlo, è frustrante. Alla fine, ho deciso di rimanere e ho accettato questa via Crucis”. Infine, un doveroso passaggio sulla questione altri sport: ”Mi spiace per come le mie parole siano state interpretate in Italia. Sicuramente andavano argomentate meglio: volevo sottolineare che il professionismo deve sottostare a regolamentazioni nazionali e internazionali. Di certo non era mia intenzione mettere in dubbio, né svilire, l’impegno e la professionalità degli atleti di altre discipline”.