Calcio

Italia, calcio da rifondare: dagli stranieri ai vivai: come funziona all’estero

Dalla Premier alla Liga, passando per Germania e Francia: così gli altri paesi tutelano il proprio calcio

C’è un calcio italiano da ricostruire dalle fondamenta. Un’esigenza che si trascina da oltre dieci anni e che, numeri alla mano, non è mai stata affrontata con la necessaria decisione: l’ennesima esclusione della Nazionale dal Mondiale lo conferma. Toccherà quindi al prossimo presidente della FIGC, in programma per il 22 giugno, farsi carico di questo dossier cruciale. Idee, proposte e visioni non mancano: negli ultimi giorni si è moltiplicato il dibattito su come rilanciare il movimento azzurro. Ma cosa accade negli altri grandi campionati europei?

Premier League

Il massimo campionato inglese di calcio non prevede un limite rigido al numero di giocatori extracomunitari, ma impone criteri precisi. Nella lista dei 25 calciatori, al massimo 17 possono non essere formati calcisticamente nel Regno Unito, senza vincoli legati alla nazionalità. Gli under 21 restano esclusi dal conteggio. Fino al 2015, per ottenere il permesso di giocare in Inghilterra, un extracomunitario doveva aver disputato almeno il 75% delle partite con la propria nazionale negli ultimi due anni. Con la Brexit il sistema è diventato più selettivo: oggi serve il Governing Body Endorsement della FA, un meccanismo a punti che valuta il profilo del giocatore (nazionale, campionato di provenienza, minuti giocati, livello del club e competizioni disputate). Nonostante ciò, il 72,2% dei tesserati in Premier League è straniero (381 su 528).

Liga

Tra i principali tornei europei, la Liga è quello più vicino alla Serie A per struttura, ma con una presenza di stranieri decisamente inferiore: 43,7% contro il 68,5% italiano. Su 25 giocatori in lista, solo tre possono essere extracomunitari. Inoltre, ogni club deve verificare non solo la disponibilità dello slot, ma anche la regolarità del permesso di lavoro e l’inquadramento fiscale del calciatore. La vera forza del modello spagnolo, però, è il settore giovanile: non orientato esclusivamente alla vittoria immediata, ma concepito come un sistema stabile di formazione e crescita, capace di produrre talenti in modo continuo.

Ligue 1

Il campionato francese combina un’alta presenza di stranieri con una forte valorizzazione dei giovani. La svolta è arrivata dopo il Mondiale 2010, con un cambio di paradigma: più attenzione alla tecnica rispetto alla sola fisicità. Centrale resta il ruolo dei centri di formazione e del calcio dilettantistico, sostenuti attivamente. In Ligue 1 gli stranieri sono il 60% dei giocatori (294 su 489), con una forte componente africana, seguita da europei e sudamericani. Questo è legato sia a fattori storici sia alla normativa (articolo 552), che non limita i giocatori provenienti da Paesi legati all’UE dagli accordi di Cotonou. Resta comunque un tetto di quattro extracomunitari tra rosa e convocati per partita.

Bundesliga

In Bundesliga non esistono limiti al numero di stranieri tesserabili o schierabili. Tuttavia, ci sono regole stringenti sulla composizione della rosa: ogni club deve includere almeno 12 giocatori tedeschi, numero che può scendere a 11 o 10 con uno o due prestiti fino in Regionalliga. Ancora più importante è il concetto di local players: almeno 8 devono essere formati in Germania, di cui 4 nel vivaio dello stesso club. Attualmente, il 58,9% dei calciatori della Bundesliga è straniero, 304 su 516.

L’analisi

Dall’analisi emerge un dato chiaro: non esiste un modello unico. Alcuni campionati puntano su vincoli numerici, altri su criteri qualitativi o sulla formazione interna. Ma tutti, in modi diversi, investono con continuità nei settori giovanili e nella costruzione di un sistema sostenibile. È forse da qui che dovrebbe ripartire anche l’Italia.