Mondiali

Iran, struttura e compattezza: squadra difficile da battere

L'Iran arriva al Mondiale 2026 con Amir Ghalenoei in panchina, Mehdi Taremi come stella e una solidità tattica che ne fa una squadra ostica per chiunque
Sardar Azmoun (Getty Images)

C’è una nazionale che si presenta al Mondiale 2026 senza ambizioni dichiarate ma con la consapevolezza di poter complicare i piani a chiunque le capiti davanti. L’Iran arriva all’appuntamento iridato per la quarta edizione consecutiva, un dato che racconta meglio di qualsiasi proclama la continuità del calcio iraniano nello scenario internazionale. Una squadra costruita storicamente sulla compattezza tattica, sulla solidità difensiva e sulla capacità di reggere il confronto fisico con avversari di livello superiore. Non c’è spettacolo nell’identità di gioco iraniana, e probabilmente non c’è nemmeno la pretesa di averlo. C’è invece una struttura precisa, una mentalità da partita di trincea e un attaccante di alto livello come Mehdi Taremi capace di trasformare la sofferenza in punti. Difficile vederla protagonista assoluta, difficilissimo affrontarla.

Una qualificazione lineare, con qualche scossone

Il percorso di avvicinamento al Mondiale ha avuto le sue ombre, ma alla fine ha consegnato all’Iran un pass conquistato con due giornate d’anticipo. Sedici partite distribuite su due fasi a gironi, prestazioni non sempre convincenti, qualche perplessità tecnica lungo la strada. Ma il risultato finale è arrivato senza particolari grattacapi. L’unica sconfitta dell’intera campagna è stata maturata contro il Qatar, in un match già ininfluente sul piano della qualificazione, dato che l’aritmetica del passaggio del turno era già stata sancita.

Un dato che parla da solo, e che conferma la posizione dell’Iran nello scenario asiatico: una delle tre o quattro nazionali più affidabili del continente, capace di affrontare le qualificazioni con la tranquillità di chi sa di poter contare su una struttura collaudata. Una qualificazione che ha tuttavia lasciato sul tavolo alcune domande, soprattutto in merito alla qualità del gioco espresso e all’effettiva capacità di compiere il salto di qualità necessario per uscire finalmente dal girone in una fase finale di Mondiale. Quel limite storico — mai oltre la fase a gruppi nella storia iridata — resta il vero spauracchio del calcio iraniano.

Amir Ghalenoei, il dopo-Queiroz tra continuità e perplessità

Il commissario tecnico è il volto della transizione. Per la prima volta dal 2006 l’Iran si presenta al Mondiale senza Carlos Queiroz in panchina. Il portoghese, simbolo dell’ultimo decennio del calcio iraniano, ha lasciato spazio dopo Qatar 2022 ad Amir Ghalenoei, tecnico locale al secondo mandato sulla panchina della nazionale. Una scelta di continuità geografica, dopo anni di gestione internazionale, motivata anche dalla volontà di valorizzare il know-how tecnico autoctono.

Sulla carta, il bilancio di Ghalenoei è solido. La qualificazione è arrivata con relativa tranquillità, la percentuale di vittorie supera il 70% e la struttura della squadra resta riconoscibile. Eppure, dietro i numeri, si nasconde un’insoddisfazione diffusa. Le critiche riguardano principalmente l’eccessiva fedeltà alla vecchia guardia: il commissario tecnico continua a fare affidamento su giocatori ben oltre la trentina, come Alireza Jahanbakhsh — il cui status di svincolato alla vigilia del torneo aprirà inevitabili interrogativi — e Saman Ghoddos, ex centrocampista del Brentford. Un’impostazione che da una parte garantisce esperienza, dall’altra rischia di chiudere lo spazio ai talenti emergenti, accusa che la stampa specializzata muove sempre più frequentemente alla gestione del CT.

La probabile formazione: 4-4-2 difensivo e ripartenze

Sul piano tattico, l’Iran resta fedele a un’identità ben definita: niente fronzoli, niente sperimentazioni rischiose, due linee da quattro e due punte di riferimento davanti. Un 4-4-2 di marca europea anni Novanta, riadattato a un contesto moderno, ma con la stessa logica di base: compattezza tra i reparti, riduzione degli spazi tra le linee, transizioni veloci affidate ai due attaccanti. La filosofia ereditata dal lavoro decennale di Queiroz è ancora dominante, e Ghalenoei non sembra avere né la volontà né la convinzione di rivoluzionarla in profondità.

Davanti al portiere, la difesa a quattro è una linea esperta, organizzata e fisicamente prepotente. A centrocampo, due mediani di rottura coprono le diagonali, mentre gli esterni alternano lavoro difensivo e accompagnamento offensivo. Sui due attaccanti si gioca tutto. Il riferimento offensivo principale è Mehdi Taremi, capitano e bandiera, oggi all’Olympiacos campione di Grecia dopo l’esperienza italiana all’Inter. Accanto a lui, il ruolo storicamente affidato a Sardar Azmoun. Tra i giovani da seguire, occhi puntati su Mohammad Hosseinnejad a centrocampo e sull’attaccante Kasra Taheri, due dei nomi più interessanti della nuova leva iraniana. Resta poi da capire l’effettivo impiego di Jahanbakhsh: dal punto di vista tecnico sarebbe titolare, ma scendere in campo a giugno senza aver giocato a livello di club per oltre un anno sarebbe un azzardo difficilmente giustificabile.

Le reali ambizioni: il fattore extra-campo pesa quanto il talento

Sul piano delle ambizioni, l’Iran punta a centrare un obiettivo storico mai raggiunto in quasi un secolo di storia mondiale: superare la fase a gironi. La quarta partecipazione consecutiva al torneo testimonia una continuità rara, ma il limite resta. In Russia nel 2018 la nazionale arrivò vicinissima al salto di qualità, con la vittoria sul Marocco e il pareggio contro il Portogallo: la sconfitta di misura contro la Spagna chiuse la porta degli ottavi. In Qatar, tre anni fa, il bilancio è stato più amaro: sconfitte nette contro Inghilterra e Stati Uniti, con l’unica vittoria arrivata contro un Galles in dieci uomini grazie ai gol al 98° e al 101°.

Il vero nodo, però, è extra-campo. Più di ogni altra nazionale partecipante, l’Iran dovrà gestire pressioni e distrazioni che esulano dal puro contesto sportivo. La questione di quanti tifosi iraniani saranno effettivamente autorizzati a entrare negli Stati Uniti per assistere alle partite della propria nazionale sarà destinata a tenere banco fino al fischio d’inizio di giugno. E va ricordato come in Qatar i giocatori iraniani avessero protestato apertamente contro la repressione delle manifestazioni in patria, in uno dei gesti politici più significativi di un Mondiale recente. Quanto peserà tutto questo sulla concentrazione di una squadra che ha bisogno di lucidità chirurgica per centrare il proprio obiettivo storico? È la domanda che accompagnerà il Team Melli da qui all’inizio del torneo. L’Iran arriverà al Mondiale con la propria struttura, la propria compattezza e il proprio talento. Ma anche con il proprio fardello.