L’Italia sprofonda a Zenica, ennesimo flop: ma siamo davvero più deboli della Bosnia?
Il crollo di Zenica rappresenta il fallimento totale di un movimento che ha smesso di investire sul proprio patrimonio. La gestione dei vivai è diventata un deserto tecnico, dove le rare eccezioni di lungimiranza non bastano a colmare un vuoto strutturale: la presenza massiccia di calciatori stranieri, che ormai dominano non solo Serie A, B e C, ma persino quelli giovanili, ha tolto spazio vitale alla crescita dei talenti italiani. Economicamente i club preferiscono l’usato sicuro estero alla scommessa interna e tatticamente la Nazionale si è ritrovata povera di quella “fame” che un tempo compensava ogni lacuna. Ma il dato più inquietante è che, nonostante questa crisi sistemica, l’Italia schierava una rosa che, per curriculum e valore di mercato, avrebbe dovuto battere agevolmente la Bosnia…
Italia-Bosnia, il confronto tecnico
Se guardiamo i nomi uno per uno, la superiorità italiana appare schiacciante. In porta, Donnarumma resta un profilo d’élite mondiale rispetto al pur onesto Vasilj. La difesa azzurra, con la fisicità di Mancini e l’esperienza di Bastoni, supportati da Calafiori, un altro elemento di caratura internazionale, punto di forza dell’Arsenal di Arteta, non è paragonabile al pacchetto arretrato bosniaco, col solo Muharemovic del Sassuolo attenzionato da alcuni top club (in primis le tre italiane Juve, Milan e Inter). E, poi, sugli esterni, la corsa e la qualità di Dimarco e Politano (più Palestra e Cambiaso in panchina…) e, a centrocampo, gente come Barella, Tonali e Locatelli, rappresentano un reparto che potrebbe tranquillamente fare la differenza in Champions. Al contrario, la mediana bosniaca si è retta sulla sola grinta di Tahirovic, ex ‘scarto’ della Primavera della Roma, per giunta subentrato nella ripresa.
Perché i nomi di Gattuso dovevano fare la differenza
Anche nel reparto avanzato, il confronto non regge. L’Italia ha schierato la strapotenza fisica e il fiuto del gol di Kean, oltre Retegui, inevitabilmente sacrificato dopo l’espulsione di Bastoni. A supporto, Gattuso aveva a disposizione anche calciatori del calibro di Raspadori ed Esposito, gente in grado di cambiare una gara. La Bosnia, di contro, si è aggrappata quasi esclusivamente all’infinito orgoglio di Edin Dzeko e ai guizzi di Demirovic, con rotazioni decisamente meno profonde e qualitative. Essere usciti ai rigori contro una squadra oggettivamente inferiore trasforma il dato tecnico in un’aggravante: non è mancata la qualità dei singoli, è mancata la capacità di tradurre quella superiorità in un’identità vincente.