Tennis

Musetti dubbioso: “Forse non andrò più in alto della top 5”. Poi parla della sua vittoria più bella

Attualmente fuori dal circuito ATP per l’infortunio rimediato all’Australian Open, Lorenzo Musetti prende parte a un interessante podcast
Lorenzo Musetti
Lorenzo Musetti (Getty Images)

Protagonista di “The Sit Down”, podcast gestito da Tennis Australia, Lorenzo Musetti parla delle aspettative per il futuro, ricordando anche la gioia più grande provata nel corso della sua prima parte di carriera che lo vede, al momento, in infermeria a causa dell’infortunio all’adduttore rimediato all’Australian Open ai quarti con Novak Djokovic con conseguente forfait ai tornei ATP di Buenos Aires, Rio de Janeiro e Acapulco.

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Musetti e la classifica ATP

Il carrarino concentra il discorso sulla classifica ATP dove occupa, attualmente, il 5° posto: “La classifica è una cosa a cui in realtà non guardo molto, però mi fa effetto e ne sono orgoglioso. Non voglio però attaccarmi troppo a queste cose, perché penso che possano metterti pressione extra quando vai in campo e ti ricordi che sei il numero 5. È qualcosa con cui sto imparando a convivere, la pressione, quindi devo stare attento. Il quarto di finale agli US Open l’anno scorso è stato il passo in avanti sul cemento, perché ho sempre pensato di poter giocare bene sul duro e che il mio gioco potesse adattarsi. La Top 5 è qualcosa di importante, ma come ho detto non la considero un punto d’arrivo, piuttosto un punto di partenza. Magari non andrò mai più in alto, ma la mia mentalità è quella di provare a salire ancora e fare in modo che accada”.

Il ricordo più bello della carriera di Musetti

Il nostro connazionale confessa, poi, la gioia più grande provata in carriera, oltre al rapporto speciale con coach Simone Tartarini: “Le Olimpiadi 2024 di Parigi perché stavo giocando per il mio Paese ed è successo in un momento in cui non mi aspettavo di arrivare così lontano: la medaglia di bronzo è la più grande soddisfazione della mia carriera. Tartarini? Penso che la nostra relazione sia unica perché ci siamo conosciuti quando avevo 9 anni, ora ne ho quasi 24, quindi quasi 15 anni insieme. È davvero bello, perché apprezzo il valore di questo rapporto, non solo come coach e giocatore ma come persone. Siamo molto onesti l’uno con l’altro e andiamo molto d’accordo non solo in campo ma anche nella vita fuori dal tennis. Ho grande fiducia in lui e in quello che fa. Quando ero piccolo ha anche cercato di semplificare il mio gioco, perché io cerco sempre di inventare. Mi piace variare molto: slice, smorzate, a volte scendere a rete. È una specie di evoluzione del passato, mi piace la definizione di ‘vintage’. Erede di Wawrinka? Sentirmelo dire proprio da Stan è un onore. Gioco ad una mano da quando mi allenavo con papà a casa di nonna, a quattro anni, mi viene naturale. Sembra che questo colpo stia scomparendo, ci sono pochissimi giocatori nella Top 100 che lo usano È un peccato, perché mi piace molto, ma nel tennis moderno è davvero difficile competere con il rovescio a una mano. Spero però, come ha detto Stan, di poterlo tenere vivo”.