Mondiali

Messico 1986: Maradona e il torneo della leggenda

Un Mondiale iconico, rimasto indelebile nell’immaginario collettivo: Messico 1986 nel segno di Maradona
Maradona, Messico 1986
Maradona, Messico 1986 (Getty Images)

Vincere un Mondiale è un traguardo per pochissimi eletti. Farlo da solo è un privilegio di cui ha potuto godere soltanto uno, forse il più grande di sempre: Diego Armando Maradona. Indimenticabile per chi l’ha vissuta, ma conosciuta da ogni singolo appassionato di calcio è la leggenda de El Pibe de Oro Messico 1986. Un’edizione del Mondiale che ha segnato il riscatto di un popolo intero, in cerca di redenzione e rinascita anche dopo gli avvenimenti geopolitici degli anni precedenti. 

Dal 1978 al 1982: beffa e delusione

L’Argentina un Mondiale lo aveva già vinto. Era quello casalingo del 1978, quando la squadra messa insieme da Menotti era stata trascinata da uno straordinario Mario Kempes. Quel Mondiale, però, Maradona fu costretto a viverlo a distanza. Poco più che diciassettenne, El Pibe de Oro era all’epoca un giocatore già affermato, ma il commissario tecnico decise di tenerlo fuori ritenendolo troppo acerbo per reggere la pressione di un Mondiale casalingo. L’Albiceleste quella competizione la portò a casa e Maradona divenne subito dopo un titolare inamovibile di quella squadra. Fino ad arrivare con grandi aspettative al Mondiale di Spagna 1982 e all’eliminazione nella seconda fase a gironi a mano di Brasile Italia, poi campione.

Messico 1986, la genesi della leggenda

Con questi presupposti un Maradona affermato ai massimi livelli del calcio, e alla vigilia della stagione della vittoria del primo scudetto con il Napoli, si presenta al Mondiale di Messico 1986. In panchina per l’Argentina c’è Carlos Salvador Bilardo, uno che ha le idee chiare: El Pibe de Oro è l’unico titolare inamovibile, gli altri la maglia se la devono sudare. E c’è una caratteristica in più nell’Albiceleste di quel Mondiale: fatta eccezione per pochissimi casi, è una squadra composta quasi esclusivamente da calciatori impegnati nel campionato di casa. Con questi presupposti l’Argentina si prepara a vivere un mese destinato a entrare nella leggenda. 

Dalla fase a gironi agli ottavi

L’Argentina si ritrova inserita in un girone con ItaliaBulgaria e Corea del Sud. Proprio contro gli asiatici va in scena la prima partita: Maradona non entra nel tabellina, ma l’Albiceleste vince 3-1 in scioltezza. Il match successivo apre il mese di dominio del Pibe de Oro: lancio di Valdano e palla sfiorata quel tanto che basta col mancino. Galli, portiere dell’Italia, giudica fuori un pallone che invece si insacca nel palo più lontano per l’1-1 finale. Anche con i bulgari lo sforzo è minimo: l’Argentina vince 2-0 e accede agli ottavi, dove va in scena un derby sudamericano con l’Uruguay. La  gara è una caccia all’uomo costante: Maradona viene preso a calci, maltrattato e provocato per tutta la gara. Lui non reagisce, fa parlare il campo: la sua finta dà il via all’azione che porterà poi al gol vittoria e alla qualificazione ai quarti, dove attende l’Inghilterra.

La Mano De Dios

Quella contro gli inglesi per il popolo argentino è più di una partita. Quattro anni prima tra il regime militare argentino e il governo britannico guidato da Margareth Thatcher era scoppiata la guerra delle Falkland. Il conflitto delle Malvinas, così si chiamano per i locali, risolto a favore dell’Inghilterra, aveva lasciato il segno nella popolazione argentina e aveva dato una spinta decisiva alla fine del regime. L’Albiceleste vuole prendersi una rivincita sul campo, c’è un popolo intero che lo chiede. E il protagonista indiscusso non può non essere allora lui, Diego Armando Maradona. Al minuto 51’, con la partita ancora sullo 0-0, riceve palla sulla trequarti e appoggia per un compagno dopo aver saltato come birilli due avversari. In porta c’è un gigante, Shilton, ma Maradona si lancia in profondità per raccogliere il lancio di Valdano: il tempo di un rimpallo, di un campanile, e la palla finisce in rete tra le proteste degli inglesi. Il Var è un pensiero lontano ancora cinquant’anni: l’arbitro non si accorge di nulla, serve a poco che i replay chiariscano che la palla sia stata spinta in rete dalla «Mano de Dios» come spiega poi l’argentino a fine gara. Per certificare lo stato di grazia assoluta e allontanare ogni polemica, neanche quattro minuti più tardi Maradona raddoppia saltando mezza Inghilterra in dieci secondi. Il gol del secolo chiude la partita. Serve a poco la rete di Lineker all’81’: in semifinale va l’Argentina.

Dalla semifinale alla leggenda

Difficile perdere un Mondiale con un Maradona così. Questo il pensiero comune, confermato da un’altra doppietta. Quella che El Pibe de Oro mette a segno in semifinale contro il Belgio: prima un pallonetto mancino, poi con un altro slalom che vale la finale contro la Germania Ovest. Lo scenario cambia: Matthaeus si incolla a Maradona, che fatica a trovare spazio. Se non può segnare, decide di mettere i compagni in condizione di farlo. Sua la punizione per il vantaggio di Brown, suo anche il via all’azione per il raddoppio di Valdano. I tedeschi sono però squadra seria e agguerrita e pareggiano con Rummenigge Voeller tra 74’ e 81’. L’inerzia è tutta per la Germania, ma Maradona è in uno stato di grazia. Da dietro il cerchio di centrocampo vede Burruchaga che scatta verso l’area. La linea di passaggio non c’è, ma El Pibe de Oro decide di inventarla: il lancio è da fantascienza, il gol è quello del trionfo. Maradona cancella in un colpo solo la beffa del 1978 e la delusione del 1982: l’uomo del popolo riporta così la sua Argentina in cima al mondo e riscatta l’onore della sua gente, consacrandosi nella leggenda di uno sport di squadra che, almeno per trenta giorni, è stato proprietà esclusiva di uno solo: il Dio del Calcio Diego Armando Maradona.