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Pegula attacca Sinner per difendere Vondrousova: “Qual è la differenza tra i due casi?”

Affondo gratuito da parte di Jessica Pegula nei confronti di Jannik Sinner per il caso che vede coinvolta Marketa Vondrousova
Jessica Pegula
Jessica Pegula (Getty Images)

Il rifiuto a sottoporsi a un test antidoping è costato quattro anni di squalifica a Marketa Vondrousova che dovrà rimanere lontana dai campi di gioco fino al giugno 2030 e la collega Jessica Pegula se la prende anche con Jannik Sinner per difendere la mancina ceca.

La difesa di Pegula per Vondrousova che coinvolge Sinner

Ecco le parole della nativa di Buffalo dopo aver superato il 1° turno a Wimbledon 2026: “Non capisco davvero la differenza tra questo e quello che è successo a Sinner e Swiatek. Non mi sembra logico. Penso che non abbia senso per chiunque lo analizzi con buon senso. Capisco che ci debba essere una qualche punizione, perché so che si è rifiutata di fare il test, e anche questo non è giusto. Penso solo che si potrebbe fare qualcosa per non rovinare la carriera di una tennista in questo modo. Penso che, in un caso come questo, la carriera di un’atleta venga rovinata per quattro anni per qualcosa che potrebbe essere stato semplicemente un malinteso, e non credo che sia giusto. Si tratta di una sentenza troppo severa”.

La ricostruzione dell’episodio di Vondrousova

La tennista ceca ha spiegato perché ci sia stato il rifiuto a sottoporsi a quel controllo anti-doping: “Non voglio atteggiarmi a vittima né affermare che stiano mentendo spudoratamente, ma stanno presentando l’intera vicenda in modo terribilmente semplificato. Durante l’udienza la commissaria ha ammesso di non avermi mostrato né il suo documento d’identità, né la lettera di autorizzazione, per assicurarmi di star parlando con la persona giusta. C’era una sconosciuta che voleva entrare in casa mia. Lei continuava a dire che dovevo farla entrare, ho risposto che ero spaventata e che non l’avrei fatto. Allora ha detto: ‘Firma questo foglio per me e me ne vado’. In preda al panico, l’ho vista come l’unica soluzione. Mi ha fatto firmare un vecchio modulo che indicava una pena massima di due anni per il rifiuto di sottoporsi a un test antidoping. Se la commissaria dell’antidoping si fosse comportata professionalmente, avesse mostrato i suoi documenti o mi avesse permesso di verificare la sua identità, sarebbe andata diversamente. Il giorno dopo ho contattato il Comitato Antidoping Ceco, dicendo che sarei andata a fare un controllo immediatamente. Sono tornati tre giorni dopo, il test era negativo, ovviamente. Mi hanno controllata per tutto il tempo in cui è stata gestita questa vicenda”.

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