L’esordio dell’Iran ai Mondiali 2026 è ormai alle porte, ma l’avvicinamento alla prima sfida della competizione è stato tutt’altro che sereno. A tenere banco non sono stati aspetti tecnici o questioni di campo, bensì una lunga serie di vicende politiche e organizzative che continuano a influenzare l’ambiente attorno alla nazionale guidata da Amir Ghalenoei.
Il viaggio e il ritiro
Come noto, durante i Mondiali 2026 la selezione iraniana non potrà soggiornare negli Stati Uniti. Per questo motivo il quartier generale della squadra è stato allestito a Tijuana, in Messico. Da lì Taremi e compagni hanno raggiunto Los Angeles per gli impegni legati alla gara d’esordio, pernottando in un hotel nell’area di Manhattan Beach. Una permanenza accompagnata da misure di sicurezza particolarmente rigide. Nella zona, infatti, sono attese manifestazioni da parte di gruppi di irano-americani contrari alla Repubblica Islamica e vicini alla causa monarchica, circostanza che ha contribuito ad alzare ulteriormente il livello di tensione.
Conferenza stampa e allenamento
L’Iran ha già avuto un primo contatto con il SoFi Stadium, teatro del debutto ai Mondiali 2026, in occasione della conferenza stampa della vigilia. Un appuntamento seguito da numerosi media internazionali, ma privo di una ventina di giornalisti iraniani accreditati dalla FIFA che non hanno ottenuto il visto d’ingresso negli Stati Uniti. Successivamente la squadra si è trasferita al Carbon Sports Park, centro sportivo dei Los Angeles Galaxy, per la rifinitura. Anche qui non sono mancate le polemiche. Nei dintorni dell’impianto erano presenti diverse bandiere riconducibili al periodo precedente alla Rivoluzione islamica del 1979, caratterizzate dal simbolo del leone e del sole, emblema particolarmente caro a molti esuli iraniani. La presenza di questi vessilli non è casuale. A poca distanza si trova infatti Westwood, quartiere noto come Tehrangeles, che ospita una delle più grandi comunità iraniane al di fuori del Paese. Sul lato opposto della strada erano presenti anche sostenitori dell’attuale Repubblica Islamica, con la bandiera ufficiale che riporta il simbolo di Allah. L’intervento delle forze dell’ordine ha evitato che le tensioni tra i due gruppi degenerassero.
Il nodo bandiere e l’attesa per il verdetto
È difficile immaginare che le controversie si esauriscano prima del fischio d’inizio. Nei pressi del SoFi Stadium sono infatti attese nuove manifestazioni con le bandiere pre-rivoluzione, formalmente vietate dalla FIFA perché considerate riconducibili a messaggi politici. Una posizione sostenuta anche da Teheran, che avrebbe addirittura minacciato di ritirare la squadra dal campo qualora si verificassero situazioni ritenute ostili. Tuttavia la questione resta aperta. A seguito di un ricorso presentato in California dall’Institute for Voices of Liberty, la FIFA potrebbe essere costretta a consentire l’ingresso delle bandiere contestate. La decisione definitiva dovrebbe arrivare poche ore prima dell’apertura dei cancelli dello stadio.
Le parole di Taremi
Uno scenario che inevitabilmente rischia di distogliere l’attenzione dagli aspetti sportivi su cui ci si dovrebbe soffermare in una rassegna come i Mondiali 2026. Un tema affrontato anche da Mehdi Taremi durante la conferenza stampa della vigilia. «Ho percepito la tensione fin dal momento in cui sono arrivato. Ovviamente non sto vivendo la stessa splendida esperienza delle precedenti Coppe del Mondo. Abbiamo incontrato delle difficoltà e, già prima del nostro arrivo, non si percepiva lo stesso entusiasmo che normalmente accompagna un evento di questa portata. Questo clima toglie gioia e indebolisce anche il messaggio che la FIFA e il nostro popolo vogliono trasmettere, ovvero che il calcio può essere un veicolo di pace. Questa è la sensazione che ho avuto. Questa Coppa del Mondo avrebbe potuto offrire un’atmosfera migliore, ma spero che in futuro la situazione possa migliorare per tutti i tifosi, indipendentemente dalla squadra che sostengono».