Terzo tempo

Mondiali 2026, per la Norvegia è un affare di famiglia: di padre in figlio da USA 1994 a oggi

Ai Mondiali 2026 c’è anche la Norvegia, che torna negli USA dove aveva giocato l’ultima volta con tre papà in rosa
Erling Haaland esulta per la doppietta col Senegal (GettyImages)

Da USA 1994 ai Mondiali 2026. Trentadue anni, tanto ha dovuto aspettare la Norvegia prima di tornare a giocare in una Coppa del Mondo. E lo ha fatto ancora una volta lì dove aveva partecipato nell’ultima occasione: negli Stati Uniti. Una semplice coincidenza, considerando che questa edizione si disputerà anche tra Messico e Canada. Non lo è però un dato che è destinato a fare la storia della Coppa del Mondo e riguarda proprio la nazionale scandinava.

Questione di famiglia 

Nel corso della storia è capitato di vedere i figli giocare una Coppa del Mondo così come avevano fatto i papà, l’ultimo caso è quello di Luca Zidane che ha seguito le orme di Zinedine pur avendo scelto l’Algeria e non la Francia. Mai, prima dei Mondiali 2026, era però capitato di avere ben tre figli d’arte contemporaneamente convocati e con la stessa nazionale.

Di padre in figlio

Prima della Norvegia odierna c’era stata un’altra Norvegia che era andata negli Stati Uniti. Lo aveva fatto nel 1994, quando però il cammino si era interrotto ai gironi. Spera di andare più lontano la nazionale scandinava ai Mondiali 2026, che condivide però un dettaglio con chi l’ha preceduta: tre maglie. Se oggi ci sono Erling HaalandAlexander Sorloth e Kristian Thorstvedt, trentadue anni fa era stata la volta di Alf-Inge HaalandGoran Sorloth e Erik Thorstvedt. «Mi piace che il Mondiale sia diventato una cosa di famiglia. Di Usa 1994 mi ha raccontato che era caldo, molto diverso da quello a cui era abituato. Mio padre è stata la persona più influente della mia carriera e mi ha insegnato tanto di quello che so, soprattutto dai 5 ai 14 anni. È raro e bello che io sia al Mondiale come lui» ha spiegato Alexander Sorloth. «È un po’ strano avere un padre che ha giocato il Mondiale. Ricordo di aver visto a casa la sua maglia, la numero 18. Sarà bello fare la stessa cosa» ha detto invece Haaland. Di padre in figlio, ancora una volta negli Stati Uniti sognando di andare più avanti di trentadue anni fa e senza porsi alcun limite.