Wimbledon

Wimbledon 2026, Cobolli: “La finale del Roland Garros mi ha scombussolato”. Poi parla dell’ipotesi super coach

Flavio Cobolli a cuore aperto prima dell’esordio a Wimbledon 2026 con Mariano Navone
Flavio Cobolli (Getty Images)

La vita di Alexander Zverev non è cambiata dopo il trionfo al Roland Garros, ma quella di Flavio Cobolli sembra, invece, di sì e l’azzurro ne parla in una interessante intervista al Corriere della Sera rilasciata prima dell’inizio del torneo di Wimbledon dove affronterà Mariano Navone martedì 30 giugno 2026.

Le sensazioni di Cobolli dopo la finale raggiunta al Roland Garros

Il nostro connazionale lo spiega in modo chiaro: “Dalla finale al Roland Garros sono uscito scombussolato: devo ancora rendermi conto di quello che è successo. Mi fermano per strada per parlarmi della partita con Zverev, si è fatta viva gente che non sentivo da anni. Bello, significa che sono riuscito a trasmettere qualcosa alla gente. Quanto a me, mi sto impegnando tanto per rimanere lo stesso. Per me è importante rimanere con le persone che mi stanno accompagnando in questo viaggio, senza lasciare fuori nessuno. Fare le cose semplici, stare insieme senza tanti pensieri, mi piace. Cambiamenti dopo la top 10? È necessario farlo, e in breve tempo. È troppo importante rimanere sui propri obiettivi per mantenere alti livello e classifica. Il sogno, quest’anno, è entrare negli otto maestri che parteciperanno alle ATP Finals di Torino. Non posso fare tutto da solo: ho bisogno di aiuto e non mi vergogno a chiederlo. Cambia la mentalità, però, non l’uomo: stravolgermi sarebbe sbagliato”.

Ipotesi super coach per Cobolli

Cobolli apre, poi, la porta all’eventualità di assumere un super coach: “L’idea mi frulla in testa. Non so quando, non so come, ma è uno step che va fatto. Il mio super coach oggi è papà: nessuno mi conosce come lui. Sono presuntuoso: se ci lasciassimo, avrebbe richieste anche dai più grandi. Eduardo Bove è, invece, il mio angelo in terra, e sono fortunato ad averlo. L’incidente ci ha legati ancora di più. Di Edo mi fido: gli dico tutto, gli chiedo aiuto. Ce l’ho tatuato sulla pelle. Mi piacciono la sua umiltà e generosità, doti che riconosco anche a me stesso. Berrettini? Mio padre è stato il suo primo maestro, insieme a Vincenzo Santopadre. Ho sempre guardato a Matteo come a un punto di riferimento, ci siamo un po’ persi quando lui è andato a Montecarlo: era il periodo in cui dovevo ancora decidere se giocare a calcio o a tennis. La vita ci ha separati e fatti ritrovare. Anche lui ha un fratello splendido e una famiglia che lo supporta. Matilde? L’ho conosciuta che aveva 16 anni e io 18. Mi ha scelto quando non ero nessuno, in cambio io ho colto subito la sua purezza: non era difficile. Spero che staremo insieme per tutta la vita, che avremo dei figli che ci leghino ancora di più. Io la mia esistenza non me la immagino, senza Matilde. Studia economia sanitaria alla Cattolica, a Roma, sogna di dirigere un ospedale. Mi ha accettato per come sono. Sono un freddo, non ho paura di niente e di nessuno ma con il pallone tra i piedi avvertivo più pressione che divertimento. Il tennis, invece, mi faceva sentire libero. In campo preferisco lottare da solo: le cavolate me le devo intestare tutte io. Da calciatore non mi sarei mai espresso con la libertà che ho oggi. Zero rimpianti. Edo Bove mi ha attaccato la passione per la moda e per il bello. Ho imparato ad arredare la casa con oggetti particolari, a vestirmi bene: mi piace essere notato. Non nego di avere una collezione di maglie del calcio però la collaborazione con Brunello Cucinelli mi emoziona: con i suoi abiti addosso è impossibile non essere bello. La protesta dei tennisti? Condivido la battaglia: siamo i protagonisti del tour, vogliamo più voce in capitolo. In spogliatoio è un argomento di cui si parla parecchio. Se il boicottaggio avesse una partecipazione larga, non avrei problemi a partecipare“.