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Roland Garros 2026, Vagnozzi a cuore aperto: “Ecco perché Sinner mi ha scelto”

L’allenatore di Jannik Sinner, Simone Vagnozzi, racconta il primo incontro con l’altoatesino
Jannik Sinner e Simone Vagnozzi
Jannik Sinner e Simone Vagnozzi (Getty Images)

Interessante intervista rilasciata da Simone Vagnozzi alla Gazzetta dello Sport in cui rivive anche il primo contatto con Jannik Sinner a Montecarlo prima d’iniziare una collaborazione a dir poco proficua.

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Vagnozzi e Sinner con la stessa visione

Il tecnico marchigiano racconta perché il nativo di San Candido l’ha scelto come allenatore: “Ci siamo visti la prima volta a Montecarlo. Abbiamo parlato di come giocava, di come poteva evolvere. Quello che lui sentiva in campo era molto simile a quello che io vedevo da fuori: un talento incredibile, ma con margini importanti nella visione tattica e in alcune aree del gioco. La cosa bella è che vedevamo l’evoluzione finale nello stesso modo”.

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Un futuro da allenatore per Sinner?

Vagnozzi è consapevole di quanto l’edizione 2026 del Roland Garros sia importante per il suo pupillo, oltre a lanciarsi in una previsione su un Sinner allenatore dopo aver appeso la racchetta al chiodo: “Partiamo sempre da un calendario ideale, fatto a inizio anno. Poi però durante la stagione bisogna adattarsi. Una sconfitta prima del previsto può cambiare i piani, così come una serie di vittorie può portarti a saltare un torneo. Bisogna capire come sta Jannik fisicamente e anche mentalmente: a volte può servire qualche giorno di riposo e così faremo una sosta di 3 settimane dopo Roland Garros per poi tornare direttamente a Wimbledon. Jannik è sempre andato in ogni torneo con l’idea di fare il massimo. La motivazione era vincere un grande torneo sulla terra, prepararsi bene per il resto della stagione sul rosso e tornare numero uno. Ma lui una motivazione forte ce l’ha già dentro senza bisogno di stimoli esterni. L’obiettivo era proprio questo: farlo diventare un giocatore migliore sulla terra. Non esiste la bacchetta magica. Il lavoro di un allenatore è avere una visione a lungo termine: che giocatore vuoi che sia tra due o tre anni? Dal 2022 abbiamo operato in questa direzione, quando abbiamo iniziato, la domanda era: vincerà mai uno Slam? Diventerà mai numero uno? Si diceva che Rune fosse più avanti. Ora che Jannik ce l’ha fatta sembra che fosse tutto normale, già scritto. Ma non era così. Il 99% lo ha messo lui, dietro c’è stato tanto lavoro. Le sconfitte fanno parte del gioco ma ogni volta che c’è un intoppo si parla di crisi, in questo senso anche i media dovrebbero educare a una migliore accettazione della sconfitta. Io sto bene con Jannik e l’obiettivo è rimanere. Però gli dico sempre: andiamo avanti finché sono un valore aggiunto per te. Se un giorno sentirà il bisogno di altro, sarà giusto così. Considero grandi allenatori quelli che hanno fatto risultati con più giocatori. Darren, per esempio, è uno dei migliori perché ha lavorato bene con campioni diversi. Poi magari tra cinque anni smetto, non lo so. Ma in futuro può accadere. La cosa più dura è che il lavoro non finisce mai. Per 330 o 340 giorni l’anno pensi a come migliorare, a cosa fare, agli avversari. Anche quando non sei al torneo ti svegli di notte se c’è il fuso, guardi le partite, parli con lui e con Darren.Il cervello non stacca mai. È per questo che, quando finisce un ciclo, molti allenatori hanno bisogno di mesi per decomprimere. Sinner allenatore? Secondo me sì, ma non so se ne avrà voglia. Campioni di questo livello possono essere grandi consiglieri su pressione, gestione, momenti importanti. Però non so se dopo tutto quello che ha dato avrà voglia di stare 35 settimane l’anno in giro per un altro giocatore.”.

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